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In Bruges - La coscienza dell’assassino

Pubblicato il 17 maggio 2008 da Andrea Esposito


In Bruges - La coscienza dell'assassino

Si direbbe una sfida quella della sceneggiatura di In Bruges: conciliare lo sguardo indolente del turista a un impianto da commedia nera; mettere in piedi una storia di omicidio, pentimento e redenzione e poi raccontarla per sbandamenti, per distrazioni. La trama è slabbrata: due assassini che si nascondono a Bruges e attendono ordini. Quell’attesa diventa una vacanza, un tempo ozioso e insignificante. Vediamo accadere cose, piccoli eventi quotidiani e superflui, aneddoti da vacanza appunto, che si susseguono e sembrano nascondere la vera ossatura della trama. Man mano però la storia ha un suo sviluppo: gi sketches si raggrumano intorno a un nucleo, tutto comincia a legarsi e interconnettersi. Tuttavia In Bruges non perde questa sua capacità di distrarsi, di vagare: anzi trova in questo sbalzare continuo dello sguardo uno specifico stile, ondivago. Si continuano a seguire delle intuizioni, dei dialoghi, dei personaggi che sembrano sbucati casualmente da un angolo di strada. E il tono del film ha un andamento simile. E’ indefinibile, obliquo, talvolta drammatico, a tratti eccessivo, grottesco, il più delle volte genuinamente comico. Anzi, le situazioni comiche si sviluppano principalmente da questo vagare, da questo distrarsi: come quando durante l’inseguimento per le strade di Bruges il nevrotico angelo della morte interpretato da Ralph Fiennes si perde e si ferma a controllare la mappa. O come quando Fiennes e Farrell concordano, armi in mano, il luogo del loro ultimo duello, e si danno indicazioni come se uno dei due fosse un turista che si è perduto.
Si procede così a una continua sdrammatizzazione della trama e dei personaggi, senza però che ci si esaurisca mai del tutto nella struttura e nei toni della commedia. Non sempre si ride, perché non sempre sembra quello l’intento della sceneggiatura. A tratti sembra che non si voglia tanto strappare una risata, quanto piuttosto fare quello che lo spettatore non si aspetta, insistere su una piega degli eventi imprevedibile.
I dialoghi sono le punte più evidenti di questa ‘tendenza alla distrazione’ di In Bruges: sono sopra le righe, grotteschi, vanno oltre lo svelamento della trama e oltre la caratterizzazione dei personaggi; vanno altrove: in un andamento alla Pulp Fiction, per tutto il film si parla d’altro, si chiacchiera di guerre tra nani bianchi e nani di colore, si parla di Bosch, di Belgio e soprattutto di Bruges.

Un intreccio di registri affascinante per un oggetto particolare, indefinibile: come se un Guy Ritchie o il Danny Boyle di Trainspotting andassero in visita al Wody Allen di Match Point o di Sogni e delitti.
Spettrale, drogato e fiabesco, In Bruges è una cartolina stralunata e affascinante, che nasconde sotto la sua apparente semplicità il disegno di un meccanismo ingegnoso.


CAST & CREDITS

(In Bruges); Regia e sceneggiatura: Martin McDonagh;fotografia: Eigil Bryld; montaggio: Jon Gregory; musica: Carter Burwell; interpreti: Colin Farrell (Ray), Brendan Gleeson (Ken), Ralph Fiennes (Harry), Jérémie Renier (Eirik), Thekla Reuten (Marie), Clémence Poésy (Chloe); produzione: Blueprint Pictures, Film 4, Scion Film, Focus Features; distribuzione: Mikado; origine: Gran Bretagna – Belgio, 2008; durata: 101’


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