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KUNG FUSION

Pubblicato il 22 giugno 2005 da Alessandro Borri


KUNG FUSION

Quando termina Kung Fu Hustle una consapevolezza mai così netta va delineandosi: Stephen Chow è uno dei pochi geni che il cinema contemporaneo si può permettere. Lo si può misurare proprio al passo più difficile, quello successivo al riscontro planetario di Shaolin Soccer. Laddove si poteva temere una calcolata spersonalizzazione, un astuto adeguamento al gusto global, avviene proprio il contrario. Lo si capisce fin dalla prima scena, quando le asce iniziano a tagliare le gambe, e il sangue a scorrere veramente in mezzo alle gag. Ecco il progetto chowiano: rifare con abbondanza di soldi e mezzi il cinema hongkonghese più libero e bello, quello da lui sviluppato insieme a Jeff Lau, Vincent Kok, Lee Lik-chi. Quello dove la demenzialità dilaga, ma poi le teste saltano, gli eroi muoiono, e la lacrima è sempre in agguato. Riletto con uno stile mai così sontuosamente raffinato, nell’esaltazione scenografica di una Shanghai anni Trenta ricreata con amorevole nostalgia, nello splendore coreografico a cura di Yuen Woo-ping e Sammo Hung, tanto per gradire. E tanto per rifarsi subito a modelli alti, altissimi, subito dopo arriva un montaggio di balletto e foto di massacro che guarda diritto in faccia a Cotton Club, e iniziano a innalzarsi dolly di tale eleganza da riesumare il fantasma di Ophüls (e far arrossire dalla vergogna un Baz Luhrmann). Certo, da noi tocca sopportare Lam Suet che parla in romanesco (che Dio li perdoni), ma la forza dirompente di Kung Fu Hustle passa sopra a queste piccolezze. Perché Chow è il Buster Keaton del digitale, forse l’unico comico ad aver compreso le possibilità prettamente ludiche della grafica numerica. Perché è capace di concepire gag memorabili come quella dei coltelli (memore di From Beijing with Love) o scene come l’inseguimento commentato da Sarasate, degno di figurare in qualsiasi antologia del cinema surrealista, magari accanto a René Clair. Soprattutto perché sfida lo spettatore inanellando trapassi di tono di imperscrutabile potenza, che costringono a salti mortali semantici quasi inumani, non solo da sequenza a sequenza, ma fino nella stessa inquadratura. Come quella ai confini dell’incredibile in cui il sangue di un povero micio schizza sul muro alla Kurosawa, o come per la rapina davanti alla locandina di Top Hat, che in pochi istanti trasforma una situazione potenzialmente comica in uno squarcio mélo di fiammeggiante evidenza. L’intelligenza sopraffina di Chow rifulge qui anche nella decisione di lasciare gran parte del campo (prima del gran finale, quando assume la gravità del prediletto Bruce Lee) ai magnifici comprimari; la sua sensibilità nel sublime finale, che dolcemente induce al pianto. Due riflessioni sorgono spontanee di fronte a tanta meraviglia: che una tessitura comica di tale sottigliezza sia in patria blockbuster da record non finisce di stupire; che gli sia riservato in Italia un adattamento da denuncia penale non smette di indignare.

[giugno 2005]

Cast & credits:

Regia: Stephen Chow; scene d’azione: Yuen Woo-ping, Sammo Hung; sceneggiatura: Cheong Tsang-kan, Huo Xin, Keung Chan-man; fotografia: Poon Hang-sang; montaggio: Angie Lam; musica: Raymond Wong; interpreti: Stephen Chow, Yuen Wah, Yuen Qiu, Chan Kwok-kuen, Leung Siu-lung; produzione: Columbia Pictures Asia, Star Oversas, Beijing Film Studio, China Film Group, Huayi Brothers, Tahie Film Investment; origine: Hong Kong, Cina 2004; distribuzione: Sony Pictures.

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