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Verso gli Oscar: BETTER DAYS

Pubblicato il 17 aprile 2021 da Matteo Galli
VOTO:


Verso gli Oscar: BETTER DAYS

Il 2019 è stato un anno un po’ particolare al Festival di Berlino perché due film cinesi vennero bloccati dopo essere stati annunciati in conferenza stampa. Il primo era il film di Zhang Yimou che doveva figurare in concorso col titolo internazionale One Second , e all’ultimo momento comunicarono che sarebbe stato ritirato per “problemi tecnici di post-produzione”, dissero. La Prima ha avuto luogo, infine, quasi due anni dopo, a seguito di numerosi rimaneggiamenti da parte del maestro cinese ed è stato anche distribuito in Italia, fra le mille difficoltà legate al CoVid, sempre con lo stesso titolo da Fenix Entertainment. Il secondo, invece, Better Days , diretto da Derek Tsang (regista quarantenne, cinque film all’attivo, assai più celebre come attore) sarebbe dovuto figurare all’interno della sezione della Berlinale "Generation 14Plus" e ha avuto una gestazione difficile ma un po’ meno tribolata dell’altro. E’ riuscito a uscire in Cina nell’ottobre del 2019 finendo per mettere a segno, nonostante le difficoltà censorie (ma probabilmente, proprio a causa delle stesse), importantissimi incassi, prima di tutto in patria, ma poi anche all’estero, negli USA avanti a tutti.

E adesso Better Days , coproduzione di Cina e Hong Kong figura nella cinquina dei film nominati all’Oscar come miglior film straniero, non a caso battendo la bandiera rossa con il fiore bianco (una bahuinia) di Hong Kong e non la bandiera con le cinque stelle della Repubblica Popolare. Perché la Cina ha dato l’ok soltanto obtorto collo e di fatto ha lasciato a Hong Kong l’onore e l’onere di candidare il film per gli Academy Award? Beh, diciamo che a guardare il film da un punto di vista squisitamente realistico (prescindendo quindi da eventuali convenzioni di genere), e il film invita a far proprio così, la Cina non ci fa decisamente una gran figura per almeno quattro ragioni: in primo luogo si mette il dito nella piaga sul fenomeno del bullismo, di cui resta vittima la protagonista Chen Nian (Zhou Dongyu), a poco o nulla valgono le prolisse spiegazioni finali che puzzano tanto di compromesso imposto dal regime nelle quali si spiega come e in che misura la Cina si stia dando un gran daffare per combattere il fenomeno a livello legislativo. La seconda ragione è la scelta che fra mille tribolazioni decide di compiere Chen Nian, ossia di chiedere la protezione di un delinquentello locale (Jackson Jee), una volta resasi conto che la polizia è sì tanto volenterosa ma decisamente incapace di trovare i colpevoli delle vessazioni di cui ormai da tempo è vittima, ciò che innesta una lieve venatura romantica nel plot fra protettore e protetto. Che un giovane cittadino per ottenere giustizia o più semplicemente per fare in modo che le vessazioni subite abbiano fine, debba ricorrere di fatto a un criminale, è una cosa che – di nuovo – non in un film di genere ma in un certo cinema realista si fa fatica ad accettare. Vi è poi un terzo elemento che verrebbe da definire involontariamente distopico su cui il film pone l’accento, ed è quello che in cinese si chiama Gaokao, ovvero i mastodontici esami di ammissione, volti a selezionare i giovani che potranno avere accesso alle università e, a seconda della votazione riportata, agli atenei di prestigio del paese, ciò che scatena una dinamica violentemente competitiva nelle giovani generazioni; la selezione è altresì punteggiata da una serie inquietante di striscioni con parole d’ordine che pavesano gli edifici in cui gli aspiranti vengono preparati al concorsone. Teniamo presente che si tratta di una prova alla quale ogni anno partecipano circa dieci milioni di maturandi, ultima versione di una prova selettiva con cui fin dal terzo secolo dopo Cristo si selezionavano i quadri dell’Impero cinese. La quarta ragione è l’enucleazione, anch’essa più accennata che altro, di un’ulteriore piaga della Repubblica Popolare Cinese, ossia lo sventramento del nucleo famigliare primario, di fatto l’abbandono degli adolescenti nelle zone rurali, mentre i genitori muovono verso le aree urbane per cercare (e non sempre trovare) lavoro, fattispecie qui esemplata dalla madre di Chen Nian.

In definitiva Better Days è sul piano socio-antropologico molto interessante e resta nel complesso un film girato piuttosto bene - forse la pecca principale sta in una certa ridondanza nel presentare il conflitto di fondo, una sforbiciatina di una ventina minuti sui centotrentacinque totali non sarebbe stata male.


CAST & CREDITS

(Shaonian de ni); Regia: Derek Tsang sceneggiatura Lam Wing-sum, Li Yuan Li, Xu Yimeng; fotografia: Yu Jing-pin; montaggio: Zhang Yibo interpreti: Zhou Dongyu (Chen Nian), Jackson Jee (Liu Beishan), Yin Fang (Zheng Yi), Huang Yue (Lao Yang), Wu Jue (madre di Chen Nian), Zhou Je (Wei Lai); produzione:Shooting Pictures, Goodfellas Pictures origine: Repubblica Popolare Cinese, Hong Kong 2019; durata: 135’.


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