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Berlin Alexanderplatz - Berlino 2020

Pubblicato il 27 febbraio 2020 da Matteo Galli

VOTO:

Berlin Alexanderplatz - Berlino 2020

Quando abbiamo letto che in concorso era prevista una nuova trasposizione di Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin - il romanzo numero uno della Nuova Oggettività tedesca, uno dei principali romanzi europei degli anni ’20, romanzo fra i più innovativi per tecnica narrativa, romanzo poliprospettico, dialogico, ricco di slang, di registri e di strati, romanzo metropolitano, romanzo di formazione, romanzo sociale, romanzo d’amore, romanzo criminale, martirologio e storia della salvezza di un’anima (il protagonista Franz Biberkopf), romanzo con alle spalle una storia di trasposizioni da far tremare le vene ai polsi, una immediata, il film di Piel Jutzi del 1931, una cinquant’anni dopo, ovvero: la memorabile serie televisiva in dodici puntate di Rainer Werner Fassbinder – quando abbiamo letto, dunque, che in concorso era prevista una nuova trasposizione di Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin ci siamo detti: mah, speriamo bene.

Il regista è Burhan Qurbani che con il suo primo dignitoso ma certamente non memorabile film Shahada aveva direttamente esordito in concorso nel 2010 a trent’anni. Qurbani è nato in Germania da genitori fuggiti un anno prima dall’Afghanistan. Le perplessità preventive si sono, fin dalle primissime sequenze, confermate tutte. Francis poi Franz è un profugo dall’Africa Occidentale che approda da un mare non meglio precisato (uno direbbe l’Italia, ma in realtà la scena è stata girata in Sudafrica) a Berlino e viene catapultato in un centro di accoglienza di stranieri lì in attesa di essere accolti oppure espulsi dalla Germania che se lavorano, lavorano a nero. Le inquadrature col mare colore del vino (del sangue) che descrivono Franz che si salva mentre la compagna Ida affonda e anzi è Franz a darle il colpo di grazia (nell’originale Franz uccideva la compagna Ida e finiva per qualche anno in galera, il libro si apriva con la sua uscita dal carcere) sono sovraccariche e finte, il tutto è accompagnato da una insopportabile voce fuori campo che scopriremo ben presto essere quella di Mieze, la futura donna di Franz, angelo del Bene.

Mieze, Franz e Reinhold, l’ipersessualizzato e mefistofelico “amico” che lo condurrà sulla strada della perdizione e che nel romanzo come nel film ucciderà Mieze perché incapace di amare sono i tre personaggi del plot di Döblin che ritroviamo in un film, ambientato per lo più in interni e, quando all’esterno, in uno dei parchi di Berlino, celebre, oltreché come parco “borghese” come centro di smistamento della droga, attività alla quale Reinhold pescando Franz dal centro immigrati seduce il protagonista, angelo del Male, dunque.

Solo ogni tanto, giusto per giustificare il titolo, si vede lo skyline di Alexanderplatz, marcato nel modo più banale possibile, dalla torre della televisione e dall’insegna della stazione, il tutto quasi sempre di notte e con molte, moltissime inquadrature fuori fuoco; per il resto il film è stato anche girato a Stoccarda e a Colonia, forse anche in omaggio alle film commission locali. Pure alcuni snodi della trama restano (la perdita di un braccio da parte di Franz e, come detto, l’uccisione di Mieze) ma il film risulta clamorosamente ridondante (le scene soft oppure hardcore nei locali, con un insopportabile gusto del travestitismo, visto e rivisto, Berlin Babylon al confronto è semplicemente geniale le scene a casa di Reinhold, le scene nel parco) i dialoghi o i monologhi sono finti, prolissi, retorici, la stessa costellazione post-coloniale (Franz profugo nero, Reinhold sfruttatore bianco) sembra così falsa, decisa a tavolino da risultare disturbante. Quel che in Döblin succedeva all’inizio qui avviene alla fine: Franz esce di galera e all’uscita, con una scelta francamente indifendibile, trova la figlia che aveva concepito con Mieze, prima che Reinhold la strangolasse. Mieze muore, ma prima di morire dà alla luce una figlia mulatta da cui, dopo tutti i molteplici disastri illustrati, ripartire e cominciare a sperare. Ma vi pare? Berlin Alexanderplatz è decisamente un brutto film, e – si badi bene – lo sarebbe comunque, anche se non fosse tratto dal romanzo di Döblin. Che sia tratto dal romanzo è un’aggravante.


CAST & CREDITS

(Berlin Alexanderplatz); Regia: Burhan Qurbani; sceneggiatura: Burhan Qurbani, Martin Behnke; fotografia: Yoshi Heimrath; montaggio: Philipp Thomas; interpreti: Welket Bungué (Francis), Jella Haase (Mieze ), Albrecht Schuch (Reinhold), Joachim Król (Pums); produzione: Sommerhaus Filmproduktion, Berlino; origine: Germania-Olanda, 2020; durata: 183’


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