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Il treno per il darjeeling

Pubblicato il 28 marzo 2020 da Fabiana Sargentini


Il treno per il darjeeling

Il secondo appuntamento della rubrica #iorestoacasaecritico è un viaggio in India, ma non sulle orme di Forster. Fabiana Sargentini rilegge Wes Anderson come se fosse a un’anteprima.

Fare un viaggio in India può essere un’esperienza spirituale. Oppure no. Francis, il maggiore dei tre fratelli Whitman - interpretato da Owen Wilson tutto sgangherato da un incidente/tentato suicidio non detto - è convinto che insieme debbano compiere un percorso mistico che li porterà a superare il lutto del padre e ritrovare la madre sperduta in un non luogo tra le vette dell’Himalaya. Come non avessero mai superato la linea tra Occidente e Oriente, Francis, Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman) si vestono tutto il tempo in completo elegante, camicia senza cravatta ma inamidata e liscia, mocassini Gucci (che uno sciuscià, tentato dalla materia, ruba lasciando Francis con un piede scalzo), cintura da duemila dollari che Francis presta a Peter con apparente amore e poi subito dopo rivuole indietro, in un altro momento di necessità decide di regalarla al fratello segaligno a cui cadono i calzoni e poi alla fine gliela deruba una volta per tutte. Sono davvero molto incasinati i ragazzi Whitman, ognuno a suo modo, piacevolmente sostenuti da prodotti farmaceutici procuratosi senza ricetta in località sperdute indiane, dall’antidolorifico, al sedativo, allo sciroppo per la tosse con la codeina: Jack si lascia e si riprende con una bellissima donna che gioca con lui come fosse una bambola; Peter fuggito dall’America senza dire nulla alla fidanzata incinta; Francis ideatore del viaggio con un assistente dalla testa calva a causa dell’alopecia che maltratta come fosse una moglie schiavizzata.
La prima scena del film è l’inseguimento del Darjeeling limited da parte dei protagonisti, che lo acchiappano al volo saltando nella vettura finale aperta come nei treni dei film western, e da un uomo di una certa età che, anche lui vestito di tutto punto e con valigia alla mano, arranca appresso ai ragazzi e al treno inutilmente (lo rivediamo in una delle ultimissime scene abitare uno scompartimento del fatidico treno che oramai rappresenta la vita: che sia il fantasma del padre amato ma con cui forse nessuno dei tre figli maschi si è mai confrontato al fine di diventare uomo a sua volta?). Dominato da tormentoni verbali tra intimità e sottomissione - “siamo tutti d’accordo su questo?” - le vicissitudini allegre e funeste dei tre pazzerelli nell’interno dell’India - di cui cogliamo principalmente l’aspetto collettivo rituale religioso e meno la tendenza tecnologica - fanno sorridere e emozionare. Uscito nel 2007, sei anni dopo I Tenenbaum, sette anni prima di Grand Budapest Hotel, il film incolonna molti temi cari al regista, li include nella ricerca del sé, nella difficoltà di esprimere i sentimenti, li sfigura nel rapporto con una cultura così differente e variegata come quella indiana. La scena del tentativo di salvataggio dei tre bambini nelle acque rapide di un torrente impetuoso diventa uno speculare evento catartico che prende l’animo proprio dalla profonda spiritualità indiana (di cui Francis parla troppo spesso senza mai davvero comprenderla). La verità, la fiducia, una forma di solitudine condivisa prenderanno a scorrere nelle vene dei consanguinei quanto le bugie, l’egoismo, la vanità finiranno per essere accettate come limiti umani, pure di madri, padri, fratelli. Girato principalmente in Rajasthan, nelle località di Jodhpur e Udaipur, magici scenari di turbolenze familiari, surreali e grottesche nella modalità del racconto, forse meno nella sostanza, ma ... fare un viaggio in India è assolutamente una esperienza spirituale.


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