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Il mio peggiore incubo

Pubblicato il 1 aprile 2012 da Sila Berruti
VOTO:


Il mio peggiore incubo

Lo stereotipo sembra essere di gran moda, fa ridere. Se usato con criterio può avere dei risvolti interessanti, basti pensare al successo di film come Giu al Nord (Bienvenue chez les Ch’tis, Dany Boon 2007) o Benvenuti al sud (Luca Miniero, 2010)

Anche la volgarità è di gran moda, fa ridere anche questa. Se usata con intelligenza, magari anche con una certa esagerazione, può arricchire il film di significati inaspettati.

Mon pire cauchemar di Anne Fontaine è un film leggero o che si propone come tale. Strappa inizialmente qualche risata allo spettatore prima di annoiarlo con battute scontate e ripetitive. Un’opera che non riesce ad usare ne con parsimonia ne con intelligenza, la volgarità e gli stereotipi dei quali si compone. La strada di una donna ricca e algida (interpretata da una bravissima Isabelle Huppert) incrocia, casualmente, quella di un uomo povero e passionale. I due non potrebbero essere più diversi. Sofisticata lei e buzzurro lui. Direttrice di una nota casa d’arte,lei, manovale tuttofare, lui. L’uomo si chiama Patrick , fa il muratore e ha un figlio straordinariamente intelligente. I due sono senza fissa dimora e attendono l’assegnazione di un alloggio dai servizi sociali. I figlio di Agathe e quello di Patrick sono compagni di classe, così lei finisce per dare asilo al padre e al figlio. Le vite di queste due famiglie si incroceranno fino a fondersi cambiando per sempre i destini dei loro componenti.

Anne Fontaine ci racconta una storia poco originale, scritta e diretta senza nessuna intraprendenza. Se è vero che il film non ha grandi pretese e dimostra nella sua fase iniziale di sapere presentare i protagonisti in maniera divertente, appare però evidente come si perda poi nel tentativo di aggiungere una chiave di lettura diversa, sommando una serie di finali che conducono inesorabilmente verso un insperato (e disperato) happy end.

Mon pire cauchemar è un’opera che non riesce a prendere il largo, non arriva a veicolare un messaggio nuovo ma rimane intrappolata negli stereotipi che si propone di deride. Il film ci racconta, ancora una volta, di come: gli uomini anziani si innamorino delle donne giovani ma poi non ne sopportino vitalità, di quanto le donne ricche siano gelide e fragili, degli uomini poveri che nascondano un qualche tesoro nascosto ma che, in fondo, sono degli scansa fatiche inaffidabili. L’unica nota interessante del film, insieme alla prestazione di Isabelle Huppert, è da ricercarsi nella figura del figlio di Patrick. Costantemente presente e quasi mai in scena, ci appare soltanto in una intenso e toccante incontro con Aghate, nel quale i protagonisti appaiono finalmente denudati delle sovrastrutture loro imposte, per mostrare allo spettatore un po’ di autentica umanità


CAST & CREDITS

(Mon pire cauchemar); Regia: Anne Fontaine ; sceneggiatura: Nicolas Mercier, Anne Fontaine; fotografia: Jean-Marc Fabre; montaggio: Luc Barnier; musica: Bruno Coulai; interpreti: Isabelle Huppert, Benoît Poelvoorde, André Dussolier, Virginie Efira; produzione: Francis Boespflug, Philippe Carcassonne, Bruno Pesery, Jérôme Sydoux ; distribuzione: BIM; origine: Francia, Belgio; durata: 99’


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