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Un re allo sbando

Pubblicato il 10 febbraio 2017 da Valentina Holtkamp
VOTO:


Un re allo sbando

“Non bisogna esagerare l’assurdo, perché l’assurdo è già intrinseco nella realtà”.
È con queste parole che la regista Jessica Woodworth svela il segreto della comicità di Un re allo sbando. Realizzato a quattro mani con il regista Peter Brosens e prodotto dalla loro casa di produzione Bo Films, il film è il quarto lungometraggio del duo proveniente dal documentario. Presentato al 73° Festival di Venezia nella sezione Orizzonti, è stato accolto con entusiasmo da pubblico e critica, affermandosi come uno dei film più divertenti e surreali della mostra.
Un re allo sbando è la storia di Nicolas III, Re del Belgio – interpretato da Peter Van den Begin - che parte per una visita di stato a Istanbul e lo fa in compagnia del regista Duncan Lloyd (Pieter van der Houwen), ex corrispondente di guerra diventato paparazzo, cui è stato affidato il compito di realizzare un documentario per donare nuovo splendore all’immagine sbiadita del re. Ma proprio nel mezzo del soggiorno in Turchia arriva la notizia che i valloni hanno dichiarato l’indipendenza al grido di “siamo stufi”. Il re decide allora di rientrare immediatamente in patria per salvare il proprio regno, ma una tempesta solare interrompe i collegamenti satellitari mettendo fuori uso lo spazio aereo e le istituzioni turche impediscono al re l’uscita dal paese per motivi di sicurezza cercando nel frattempo di evitare uno scandalo politico. A questo punto il re decide di affidarsi all’improbabile piano di fuga di Lloyd e si ritrova a fuggire dalla Turchia vestito da donna sul pulmino di un gruppo musicale di cantanti bulgare Le sirene del mediterraneo.
Ha inizio così un’odissea moderna, un road-movie attraverso il cuore ferito di un’Europa sconosciuta a Bruxelles: non sono le Ande peruviane di Altiplano o la Mongolia di Khadak, per citare due dei precedenti lavori della coppia Brosens-Woodworth, ma è una terra altrettanto vitale, ricca di storia e segnata da profondi conflitti, quella dei Balcani. La storia del film viene narrata attraverso le inquadrature realizzate da Lloyd, grazie alla chiave del falso documentario, ed è sostenuta dall’ottima fotografia di Ton Peters, che procede per composizioni e intuizioni surreali, inserendo nella semplicità delle terre dell’est figure istituzionali sradicate dal loro contesto urbano che si muovono tra ambulanze e furgoncini del dopo guerra, cocomeri, valigie di pelle, tartarughe, servizi segreti turchi a caccia del re e uomini travestiti da mammut. Ed è proprio nella scelta di mantenere un equilibrio, spesso in bilico fra tragedia e commedia, ponendo attenzione a non esagerare e a usare il sarcasmo in modo misurato, che si crea il connubio delicato che apre la via a una comicità lontana da macchiette e stereotipi. Le scelte fatte dai due registi in materia di recitazione sono cruciali nel conferire credibilità al film: gli attori hanno ricevuto i dialoghi della sceneggiatura poco prima di girare, per non essere condizionati e conservare margini creativi per l’improvvisazione, quasi tutti i personaggi che il Re incontra nel suo viaggio sono attori non professionisti e le riprese sono state effettuate rispettando l’ordine cronologico. La recitazione essenziale di Van den Begin ha infine reso credibile ed efficace la forte carica interiore che doveva appartenere a un re silenzioso e solitario come Nicolas.
Il Re dei Belgi sembra scoprire un mondo fino a quel momento sconosciuto, che gli insegna ad assaporare il piacere del contatto umano senza pregiudizi, con una saggezza che appartiene più a un sacerdote che a un re. Ogni nuova avventura sembra arricchire il suo viaggio verso una nuova coscienza di sé, e quando tenta di raggiungere l’Italia per mare, mentre tutti sembrano stremati, lui con orgoglio mantiene il comando del barchino nelle acque blu del Mediterraneo, consapevole finalmente del valore della sua identità e della libertà.
È attraverso la parabola del Re che si rivela l’intenzione allegorica dei registi, che va oltre la commedia, e diventa quella di una riflessione su un’Europa in contraddizione con le proprie ambizioni, incapace di parlare al proprio popolo, che si domanda e attende risposte sul concetto di destino e di libertà, con un bisogno urgente di tornare alla riflessione e alla filosofia.


CAST & CREDITS

(King of the Belgians); Regia e sceneggiatura: Peter Brosens, Jessica Woodworth; fotografia: Ton Peters nsc; montaggio: David Verdurme; montaggio del suono: Michel Schopping; interpreti: Peter Van den Begin, Bruno Georis, Lucie Debay, Titus De Voogdt, Pieter van der Houwen, Goran Radakovic, Nina Nikolina, Valentin Ganev; produzione: Bo Films, Entre Chien et Loup, Topkapi Films, Art Fest; distribuzione: Officine UBU; origine: Belgio, Olanda, Bulgaria, 2016; durata: 94’


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