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COME FACCIO A SPIEGARE CHE QUELLO CHE FACCIO SERVE A QUALCOSA

Pubblicato il 16 maggio 2005 da Antonio Pezzuto


COME FACCIO A SPIEGARE CHE QUELLO CHE FACCIO SERVE A QUALCOSA

Qualche anno fa un gruppo di artisti si ritrovò a Bologna per discutere in un convegno dal titolo: “Come faccio a spiegare a mia madre che quello che faccio serve a qualcosa?”. Erano artisti che, in larga parte, avevano rinunciato all’idea della materia. In un mondo dove tutto è commercio, la loro produzione era immateriale, non si poteva toccare, a volte non si poteva nemmeno sapere che esisteva. Era una scelta estetica, certo, ma non solo. Era la scelta, spesso anche inconsapevole, per cui bisognava trovare nuovi linguaggi e nuove forme di espressione, linguaggi e forme di espressione che avevano bisogno di nuovi mezzi per essere raccontati. Le vecchie immagini non bastavano più. Venivano in mente, queste esperienze, mentre assistevamo agli incontri di questi giorni, alla Casa del cinema, dove una ventina di “giovani registi” si confrontano su cosa sia il loro lavoro. E venivano in mente guardando quanto i loro lavori, i lavori di questi registi, siano diversi, la pubblicità ed i corti estesi nel tempo della coppia Genovese Miniero, i lavori sulla sottrazione di Carola Spadoni, i documentari di Pisanelli, le storie della De Lillo, l’estetica televisiva della Lodoli o i remake di Manfredonia. E poi tantissimi altri, con storie diverse, con concezioni della vita diverse. E la domanda che forse bisognava fare a ciascuno di loro era proprio: come fate a spiegare che quello che fate serve a qualcosa? Sembra che il cinema italiano, in grande parte, abbia come bisogno il desiderio di raccontare, e di riuscire a far arrivare questo racconto al numero più alto di persone, indiscriminatamente. Tutti possono capirci, le nostre storie sono universali. Una storia originariamente ambientata al freddo in America può benissimo trasportarsi al caldo su di un vulcano, una marmotta vale una cicogna, quando un personaggio dice “ora ho bisogno di pensare” le immagini accelerano, a dirci che non è sul pensiero che va fermata l’attenzione. L’importante è la forma, placida, conosciuta, riconoscibile, come i dialoghi, che devono essere immediatamente decifrabili. Ovviamente lo sappiamo benissimo che ogni storia ha una propria dignità ed ogni sguardo merita rispetto. Ma non tutto quello che guardiamo ci riguarda. E se si contesta? Parte subito la domanda atroce: Hai visto il film? Ed allora se non lo hai visto, perchè parli?, quando forse il problema è proprio che anche persone come noi, che al cinema ed ai film riconoscono un ruolo purtroppo esagerato, queste persone, cioè noi, capaci di resistere a ritmi di sei film al giorno durante i Festival, noi certi film non li andiamo a vedere perchè non ci dicono nulla, perchè non ci aprono di un centimetro la testa, perchè hanno immagini svogliate, perchè aspettiamo il VHS (il formato DVD è anche troppo) per vederceli, che non li scarichiamo nemmeno da Internet e non perchè pensiamo alla pirateria come pensa Faletti, ma perchè proprio non ci vogliamo perdere tempo, o non vogliamo deprimerci. E così la domanda opposta: se tu non hai letto i nostri articoli che parli a fare? Non la possiamo fare, perchè è più importante quello che dice Kezich, quello che pensa Rondi intervistato da Marzullo, quello che scrivono Repubblica o Vanity Fair, perchè è questo il target a cui un certo cinema è rivolto, una buona borghesia, qualche giovane modaiolo diessino, gli amici compiacenti, gli articoli della Aspesi. Sono questo gli articoli, è questa la critica che racconta la contemporaneità. Noi siamo il sottobosco marginale, che pena, con gli uffici stampa, per avere una intervista e poi non la ha nemmeno, che fa le domande a cui la risposta tipica è: “scusa non ho capito!”, che se critica viene definito “eticamente scorretto” (e la gente applaude!). Noi siamo un’altra idea di cinema, noi siamo un altro cinema, e ne siamo orgogliosi, e ci fa piacere, enorme piacere, trovare immagini che ci assomigliano, altrove nel mondo, ma anche in Italia. E se qualcuno di questi registi ci avesse letto, saprebbe quale è la nostra posizione sui film, i registi, l’indipendenza, di quanto, alcuni di noi, rispettano (per restare al panorama italiano) la Spadoni, la De Lillo, Marra, Angeli, Pisanelli (e tanti altri ancora) o, fuori dal RING, Guadagnino, Eshetu, Garrone, la Tognazzi, Sorrentino. E tanti altri ancora. E alla domanda se quello che facciamo serve a qualcosa, rispondiamo di si, anche se i nostri articoli non si leggono, e non si sa nemmeno che esistono, perchè conosciamo la passione, il tempo, la rabbia e l’amore che c’è in ogni nostra parola. Ma soprattutto perchè siamo così tanto spocchiosi da pensare che la nostra visione del mondo (e del cinema) sia quella giusta! Certo che se si poi si vogliono gli incassi o gli share alti, i discorsi sono altri.


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