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Episodio I

Pubblicato il 3 settembre 2015 da Mazzino Montinari


Episodio I

Una donna estrae una pistola e la punta contro due uomini nudi. Un bambino spacca la testa di una persona con una spada. Un esercito di poliziotti carica e spara ai manifestanti che vorrebbero cambiare le sorti di un paese.
Quattro immagini prese da quattro film proiettati in questo inizio Mostra un po’ fiacco, nel quale chi volesse avventurarsi per rintracciare un possibile racconto sul male si imbatterebbe nel tipico manicheismo di chi divide i buoni e i cattivi, senza alcuna chance di sconfinamento.
Come si racconta il male? Domanda che si dovrebbe porre a Rodrigo Plá che con il suo Un monstruo de mil cabezas si impegna dal primo fotogramma a (di)mostrare che il male colpisce i buoni e questi se reagiscono prendendo una pistola, lo fanno per difendere la vita dei loro cari, mica perché hanno ceduto al fascino non tanto discreto della violenza. La moglie e madre che combatte il “mostro dalle mille teste” non è il Mister White di Breaking Bad che, dopo aver varcato la soglia che porta dal bene al male, subisce l’attrazione della forza brutale. Quella moglie e madre è appunto sempre e comunque una moglie e madre e ha diritto a fare tutto in nome del suo status. Ma Sofocle non aveva già ideato e scritto l’Antigone?
E cosa dire del bambino, figlio di una madre e poi guerriero, raccontato da Cary Fukunaga in Beasts of No Nation? Certo, lui è una vittima di qualcosa che sta sopra e al quale non può opporre alcuna resistenza. Impossibile non stare dalla sua parte. E proprio per questo, serve, nel film, a delimitare in modo perfetto il perimetro del male, quello dove abita il Comandante, il leader che capeggia una banda di assassini che lui stesso ha forgiato, drogato e, all’occasione, stuprato. Lo spettatore osserva, casomai togliendo lo sguardo quando l’immagine si fa troppo cruenta, ma la posizione resta comoda, non occorre mai spostarsi per un improvviso cambiamento di prospettiva.
Tesi vendute come pacchetti già compresi nell’offerta. Non optional. Non orizzonti in cui si scorgono delle figure che potrebbero prendere forme impreviste nell’atto di avvicinarsi (noi a loro, loro a noi). La distanza resta media, il bianco da una parte, il nero dall’altra. Ecco, allora, gli ucraini raccontati in Winter On Fire da Evgeny Afineevsky, cittadini comuni che non parlano di politica, anzi la rifuggono quasi si trattasse di un virus (ma il loro stare insieme non è politico?). Naturalmente come non sodalizzare con chi viene pestato, brutalizzato, ucciso? Eppure anche in questo caso, viene fuori un disegno chiaro e allo spettatore si dà immediato accesso ai tasti di “scelta rapida”. Seduti in poltrona accreditati e pubblico pagante non necessitano di alcuna facoltà di giudizio. La riflessione è già servita con lo spritz, quasi si trattasse di un’oliva.


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