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Festa del Cinema di Roma 2007 - Conferenza stampa de L’abbuffata

Pubblicato il 27 ottobre 2007 da Andrea Esposito


Festa del Cinema di Roma 2007 - Conferenza stampa de L'abbuffata

Mimmo, questo film arriva dopo quattro anni. Mi sembra nato sotto due segni, quello dela libertà espressiva e di contenuti e quello della ribellione…

Tutto questo periodo mi è servito a incontrare molti ragazzi che vogliono lavorare nel cinema, che hanno voglia di cinema, una volontà forte. Ragazzi che cercano di realizzare un film, partono e ci provano. Questo film l’ho fatto come avrebbero voluto farlo loro. Il soggetto viene da un ragazzo iraniano, che aveva scritto la storia di quest’incontro tra un attore americano e questi ragazzi che volevano fare un film in Iran. Aveva un taglio molto politico, nel contesto iniziale. Noi l’abbiamo preso e portato qui, nella realtà del sud. Abbiamo lavorato sul soggetto, l’abbiamo trasportato qui seguendo anche questa linea del divertimento…

E’ un film d’impazienza ma anche d’impotenza, in qualche modo…

Sì, in un certo senso sì. Magari poi questi film i ragazzi non riescono a farli…Personalmente io a fare questo film ci ho provato come ci provano questi ragazzi.

Quanto di Calopresti c’è nei personaggi?

Io mi riconosco un po’ in tutti, e comunque i personaggi sono simili a molte persone che incontro quotidianamente. Il ruolo di Diego ad esempio è molto veritiero in questo senso, e mi serve a prendermi un po’ in giro. Ho incontrato mille volte un tipo del genere. I quattro ragazzi sono la voglia di andarsene e di fare un film, e rappresentano un altro sud, diverso da quello quotidianamente sui giornali. Questi ragazzi, nell’essere così imbranati e nel non sapere come fare, mi ricordano me da giovane. Questi ragazzi sono la speranza di cambiamento, non chiedono niente a nessuno. Non pensano mai nemmeno per un momento alla possibilità di un finanziamento. Loro sono gli unici a cui posso credere.

Io sono meridionale, e ho apprezzato il film soprattutto per lo sguardo particolarmente benevolo sul sud. Ci sono battute sul cibo che sento mie e riconosco che fanno parte della cultura del sud. Personalmente, com’è il suo rapporto con il cibo, considerando anche che ha intitolato il film ‘L’abbuffata’?

Personalmente ho un rapporto molto buono. Anch’io ho quel tipo di esperienza lì, mi ricordo che quando tornavo da piccolo dalle mie parti c’era questo rito di andare da tutti i miei zii a mangiare fino a scoppiare. Me lo ricordo come un incubo, ma questo mangiare insieme vuol dire generosità. Ci ho messo nel film anche una nostalgia del sud, di certi scenari, quei tramonti. Il sud è nel ruolo di Valeria, che ne ha il mito. Il Sud è un mito che deve resistere, è una bellezza che va conservata.

Se il cinema sembra il mondo dei sogni, la tv sembra il mondo delle brutture, tanto che ci si muore davanti…

Non ho un’idea specifica della tv, a me in fondo piacerebbe che i miei film passassero in tv…è quel teatrino noioso, farsesco che la anima, ad infastidirmi. C’è davvero il rischio di morire di noia. C’è il rischio di morire di tv. Spero che il cinema sia la voglia di uscire da questa noia, e in questo senso lo contrappongo alla tv.

Com’è entrata Valeria Bruni Tedeschi nel progetto?

Valeria Bruni Tedeschi: Avevo letto il soggetto di un ragazzo iraniano, che ha scritto soggetti anche per Kiarostami…amo molto il cinema iraniano, così pieno di respiro, di libertà. Quando ho letto il soggetto mi è venuto subito in mente Mimmo, e ho pensato alla libertà e all’innocenza che lui cercava nel suo cinema. Avevo l’impressione che da tempo si sentisse anzi un po’ stretto in Italia. Poi venire a lavorare nel film era un modo simbolico di partecipare a questo film, di continuare a tenergli la mano. Al film e a Mimmo, secondo me uno dei più grandi registi italiani.

Ci sono tantissime facce in questo film. Sono attori o gente del posto?

Sono mischiati. Erano un po’ la gente di Diamante e un po’ attori. Tutti volevano essere presenti sul set, tutti volevano in qualche modo partecipare al film. Alcuni partivano da Cosenza per venire…Era forse la cosa più bella. Volevano esserci e basta, entrarci dentro quasi a forza. Mi ricordo che a un certo punto tutti aspettavano il grande attore che doveva arrivare, e poi quand’è arrivato Gerard Depardieu molti nemmeno sapevano chi fosse. Alcuni dicevano: ‘Quando arriva Fernandel?’


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