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Cinema e fotografia: intervista a Luca Severi e Giovanni Labadessa

Pubblicato il 21 gennaio 2021 da Cristina Canfora


Cinema e fotografia: intervista a Luca Severi e Giovanni Labadessa

Uscito anche in Inghilterra nel corso del 2020 That Click , da noi recensito in occasione della Festa del Cinema di Roma (vedi http://www.close-up.it/that-click) è uno dei più interessanti lavori degli ultimi anni, riguardanti il rapporto cinema-fotografia.

Grazie a un incontro fortuito, abbiamo avuto il piacere di conoscere e intervistare il produttore Giovanni Labadessa e il regista Luca Severi di questo documentario che rappresenta un bel omaggio alla lunga carriera del fotografo canadese Douglas Kirkland (classe 1934) , capace di catturare immagini che sembrano rubate e senza tempo. Un viaggio che ci porta a scoprire come quei meravigliosi occhi ceruli, accompagnati da un immenso carisma, abbiano abbagliato grandi icone dello schermo tra cui Marilyn Monroe, Brigitte Bardot, John Lennon, Sophia Loren e Audrey Hepburn.

Quali sono stati i primi passi che hanno consentito di addentrarvi nella vita di Douglas?

LUCA SEVERI: “I primi passi sono stati quelli di proporre a Douglas e Francoise (la moglie) l’idea di un film sulla loro vita e, successivamente, di capire se e quale tipo di accesso avremmo avuto al materiale fotografico, chiaramente fondamentale per il nostro film. Dopo qualche resistenza iniziale, sorprendentemente, ci è stato concesso accesso totale a tutto l’archivio di Douglas, compresa una cospicua quantità di materiale video molto personale della famiglia Kirkland, che si è rivelato preziosissimo. Subito dopo abbiamo dovuto organizzare l’enorme mole di materiale - l’archivio di Douglas, infatti, conta più’ di un milione d’immagini - e iniziare a contattare quelli che sarebbero diventati i protagonisti del film. Per questo compito è stato fondamentale il lavoro del nostro produttore esecutivo Silvia Bizio, che ci ha permesso di raggiungere alcune celebrità tra le più importanti al mondo, le quali si sono rese disponibili a raccontare la loro esperienza con Kirkland. Infine, sin dalle prime battute, abbiamo dovuto lavorare a una possibile uscita del film, immaginandone la distribuzione: essendo una produzione indipendente non è mai troppo presto per iniziare questo passaggio e cercare di assicurarsi buona visibilità, possibilmente accattivandosi l’interesse del pubblico e il rientro degli investimenti.”

Ci sono state delle difficoltà nell’intervistare un così vasto numero di personaggi famosi?

GIOVANNI LABADESSA: “Difficoltà ce ne sono state ma forse non quelle che ci aspettavamo. La verità è che ci sarebbero potute essere molte più personalità coinvolte. Douglas è un artista capace di legare immediatamente con i suoi soggetti e nel momento in cui abbiamo chiesto loro disponibilità per un’intervista ci siamo trovati inondati da risposte positive. Il difficile è stato riuscire a trovare una finestra nel loro calendario e spostare la troupe in giro per il mondo. Quando Nicole Kidman ha accettato di essere intervistata la prima opportunità sarebbe stata per noi a New York sei mesi dopo e ovviamente non ce la siamo fatta scappare. Ci sono figure poi come James Cameron o Leonardo Di Caprio che avrebbero voluto partecipare ma non sarebbero state disponibili per oltre due anni.”

Il materiale fotografico ha condizionato la struttura del documentario o è semplicemente servito da guida? Siete stati liberi di mostrare tutto ciò che volevate?

L. S.:“Siamo stati liberi di mostrare praticamente tutto ciò che volevamo, anche materiale molto intimo della coppia Douglas-Francoise, così come della famiglia Kirkland. Solo una piccolissima serie di foto, su un solo soggetto, ha avuto qualche minimo condizionamento di utilizzo per ragioni di copyright, ma è stato irrilevante nella struttura del film. Più che condizionare il documentario, io credo che il materiale fotografico sia il documentario! Nel senso che è esattamente il presupposto per la sua esistenza. Douglas è certamente un uomo incredibile, una persona adorabile, divertente, con una vita avventurosa e appassionante. Ma sono le sue foto il suo principale mezzo di espressione che delineano da un lato il suo immenso talento, dall’altro la nostra percezione della cultura pop degli ultimi sessant’anni. Non solo: le foto definiscono anche lui come fotografo perché, alla domanda ‘Cosa c’è di speciale nelle foto di Kirkland, cosa le rende così uniche?’ la risposta che abbiamo ricevuto da altri mostri sacri dell’ambiente è stata che Kirkland è ciò che le rende uniche. Douglas è nelle sue foto: il suo entusiasmo, la sua gentilezza, la sua profonda ammirazione per i suoi soggetti e la sua fortissima, sconfinata passione. Quindi le foto sono Douglas tanto quanto sono di Douglas. Ecco perché le foto non sono state solo di contorno alla narrazione ma sono il punto centrale del racconto. That Click non racconta la vita di Douglas attraverso le sue foto, ma racconta quanto quelle foto hanno segnato noi e le nostre vite, ciò che c’era dietro a ogni scatto e come sono arrivate a noi; così facendo scopriamo la vita di Kirkland. Di certo è stato determinante anche il confronto continuo con tutta la famiglia Kirkland.”

Come regista, cosa significa raccontare la storia di un fotografo che ha reso i set cinematografici immortali grazie alla sua maestria?

L. S.: “Essere un regista emergente, che si confronta quotidianamente con molti dei temi e delle questioni (tecniche, personali, artistiche…) che ha affrontato Douglas diventando un simbolo immortale della fotografia, è stato chiaramente molto entusiasmante e di fortissima ispirazione. È stato anche estremamente istruttivo perché io non sono né un esperto di fotografia né una persona fanatica della fotografia, per cui la osservo e la ammiro alla pari di molte altre arti che mi affascinano. Ho quindi scoperto moltissime cose che non sapevo, cosa che in realtà mi piace sempre fare nei miei documentari: non sapere mai proprio tutto, non documentarmi mai fino in fondo, per lasciare che la sorpresa, il mio viaggio nel tema che affronto, sia in qualche modo anche il viaggio dello spettatore. Molto interessante è stato il lavoro che ho fatto e che abbiamo fatto tutti insieme (con i produttori, Giovanni Labadessa e Matteo Leurini, il montatore Lorenzo Muto, il direttore della fotografia Gianfilippo De Rossi) nel trovare il giusto punto di vista, cosa molto complessa quando si lavora su una finestra di tempo così ampia e su una mole di materiale così colossale. Per me era importante far capire il perché queste foto ci hanno segnato così profondamente, perché sono parte di tutti noi, come mi piace spesso dire, anche di chi non le ha mai viste. Il Novecento è stato chiaramente segnato dalla nascita di un’arma potentissima, più efficace di tutte: la comunicazione di massa. Che fosse propaganda, pubblicità o divulgazione, la comunicazione ha radicalmente cambiato il mondo, perché ha cambiato il modo di agire delle sue componenti fondamentali. E nella comunicazione, le immagini (ora velocissime, continue, immediate) hanno rappresentato la sintesi perfetta che ha influenzato il senso comune. Per questo credo che, più che le foto, il video richieda più pazienza, più analisi. La foto è efficace da subito. Sono convinto che in un periodo preciso, quando le foto hanno assunto una diffusione e una tecnica sufficiente ma allo stesso tempo non venivano già consumate un tanto al chilo, esse abbiano raggiunto il loro massimo potere. E i loro autori la loro massima capacità di rappresentazione del mondo. Tanto è vero che a quel mondo (o ai suoi mondi, dovremmo dire) ancora ci ispiriamo, ricordando e immaginando proprio quelle foto, che fossero foto di film o di altro.”

Per quanto riguarda la produzione del documentario, quale fase si e dimostrata più impervia? E quale più stimolante? La ricerca iniziale, i finanziamenti, le riprese, la distribuzione?

G. L.:“Ogni film è un’avventura. Per nostra fortuna la nostra l’abbiamo vissuta in un gruppo di lavoro molto compatto. Con Matteo Leurini, l’altra componente produttiva del film, e Luca abbiamo cercato di bilanciarci. Sicuramente la parte più difficile è stata che, sia per questioni produttive che finanziarie, le riprese del film sono state realizzate nell’arco di oltre due anni e quando realizzi un documentario sei nelle mani dei tuoi intervistati. Non sai quindi che film avrai in mano fino alla fine e, a volte, in attesa della prossima intervista ti tocca aspettare. Ci sono molteplici cose stimolanti, sicuramente poter entrare in contatto in modo così familiare con Douglas e artisti del suo calibro è stata una di queste.”

Ciò che traspare dal documentario è l’affetto e l’ammirazione per la persona oltre che per il grande talento del fotografo, che insegnamento avete tratto dall’esperienza di Douglas come uomo?

L. S.: “Per quanto mi riguarda l’insegnamento più importante è che la passione possa essere davvero la guida e la soluzione di tutto. Il talento di Douglas è probabilmente innato e la sua educazione, la sua cortesia le ha probabilmente tratte dalla sua famiglia e dalle sue frequentazioni, come accade per molti. Ma quella passione specifica (che poteva essere per altro, lui ha trovato nella macchina fotografica il suo strumento di espressione) viene si da dentro, ma lui l’ha sempre alimentata, con grande coraggio e determinazione. Sarebbe potuto essere un grande fotografo per hobby. E invece no, ha deciso che quella passione doveva essere seguita e le doveva essere data priorità. Credo che questa sia una scelta di grande coraggio, perché generalmente non cresciamo pensando che la passione possa essere un elemento da considerare nelle scelte determinanti della vita. Si, certo, lo dicono tutte le celebrità nelle loro interviste - seguire la passione, non mollare mai - ma concretamente quando uno nella propria vita quotidiana mette sullo stesso piano una scelta professionale, un percorso di studi, una opportunità economica, i doveri familiari e la propria passione? E quando davvero quest’ultima diventa la scelta da seguire, magari a discapito di tante altre? Io credo quasi mai. Douglas ci insegna che invece no, la passione va sempre seguita perchè da essa qualcosa di buono uscirà, magari qualcosa di inaspettato e imprevedibile, ma quasi sicuramente positivo. Rispetto a molti altri artisti che hanno avuto vite travagliatissime e drammi personali enormi, paralleli alla loro grandissima arte, credo che questa sia una lezione fortissima di Douglas Kirkland: l’anti divo per eccellenza ma allo stesso tempo tra i più grandi di tutti. Almeno per quanto riguarda la fotografia.”

Se doveste scegliere una foto da conservare per sempre con voi quale sarebbe e perché?

L. S.: “Ovviamente la scelta di una sola foto è difficilissima e molto personale. Ne scelgo tre, per motivi diversi, e che metterei in punti diversi di casa mia:

Jack Nicholson che fuma il fiammifero perché ha una composizione perfetta, una semplicità unica ma allo stesso tempo una intensità fortissima. Il colore e la posizione di Nicholson sono bellissime, il suo sorriso racchiude la forza e la consapevolezza di essere qualcuno di importante nel mondo che conta, lo showbusiness. Il fiammifero, al posto di una qualunque sigaretta o sigaro, rappresenta un’ironia e una sfrontatezza che adoro. Ed è un primo piano. Diretto, incisivo, accurato ed efficacissimo. Come un ritratto dovrebbe essere. Me lo metterei enorme, in salotto.

Brigitte Bardot, il primissimo piano o una qualunque delle foto con le carte da gioco scattate durante le riprese di Viva Maria. La sensualità e allo stesso tempo la naturalezza di quelle immagini è, a mio avviso, potentissima e di una modernità incredibile. Lei è “donna” più di tutte, ma senza scoprire nulla e rivelare nulla. È ironica, consapevole, sensualissima ma con una raffinatezza intrinseca che esce più dalla sua personalità che non dalla posa (che nelle foto delle carte è anche un po’ scomposta). La trovo una rappresentazione perfetta. Lei la tengo in camera, sul comodino, tipo santino: per farmi sognare che di donne che vogliono essere donne, trattate da donne ce ne siano ancora.

Infine Vittorio De Sica con il taglio di luce che lo incornicia. Quella foto per me è puro cinema. Il regista che pensa, fuma senza prestare attenzione, la luce fortissima che lo circonda e la troupe, che si intravede, al lavoro. Puro cinema: pensiero, riflessione, poesia, forza, dolore, energia. Un altra prova di Douglas di rappresentazione perfetta della realtà. Questa la metto nel mio ufficio: per ricordarmi sempre quale sia l’obiettivo, ma alle mie spalle, per non soffrire di soggezione continua.”


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