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Jimmy della Collina

Pubblicato il 26 aprile 2008 da Andrea Esposito


Jimmy della Collina

Jimmy ha quasi diciott’anni e non ha prospettive. Non vuole adeguarsi all’idea di passare una vita in raffineria come il fratello. In poco tempo cerca una via d’uscita attraverso l’illegalità. Viene arrestato e finisce in riformatorio, e poi alla ‘Collina’, una comunità di recupero dove finalmente Jimmy intuisce davanti a sé l’alternativa e vede per la prima volta la possibilità di cambiare. Ma deve prima salvarsi da quella volontà di autodistruzione che lo consuma da una vita.
Dopo l’esordio di Pesi Leggeri (2001), Pau torna alla regia con un film cupo e intimamente pessimista. L’omonimo romanzo di Massimo Carlotto, da cui il film è tratto, costituisce per Pau una materia scura e solida con cui proseguire il discorso sul fallimento esistenziale iniziato nel lungometraggio d’esordio. Salta subito all’occhio una notevole maturazione stilistica, in un processo di raffinamento estensivo che va dalla fotografia all’analisi dei personaggi, dai dialoghi fino alla direzione degli attori (ottima prova per molti degli interpreti, tra i quali brilla un’intensa Valentina Carnelutti).
La poetica di Pau pare essersi affinata: lo stile è più preciso, conserva ed inasprisce quei toni scarni e algidi già evidenti nel lungometraggio precedente. Una densa aria notturna, nebbiosa, che attraversa una città che pare abbandonata da secoli e paesaggi industriali che ricordano prigioni. Un allestimento spartano contribuisce a creare senso di coesione nella pellicola nonostante una struttura narrativa segmentata, intessuta di flashback ed ellissi, inserti onirici, elisioni. Il fulcro di tutto questo discorso è Jimmy, del quale il film è un ritratto allo stesso tempo intimo e distaccato: se il testo si scava infatti ossessivamente intorno alla sua figura, e non se ne distacca mai se non per qualche sguardo improvviso e sfuggente ad un altro personaggio, comunque non riesce a scavare nell’anima profonda del suo personaggio. Jimmy resta muto, ostico. Chiuso allo sguardo della telecamera come a quello degli altri. Jimmy è un personaggio senza profondità, nel senso che la sua profondità è nascosta da questo muro invalicabile costituito dal suo stesso nichilismo. Jimmy (che per certi versi accoglie in sé entrambi i caratteri dei due protagonisti di Pesi leggeri, sia la sconfitta di Nino sia l’aggressività bestiale di Giuseppe) è puro desiderio e già frustrazione di questo desiderio. La sua mente è attraversata da corpi, dal sesso o da sogni di violenza. Appaiono nella sua testa come bisogni, tutti estremamente materiali e concreti, corporei, carnali. Questi sogni descrivono la realtà interiore di Jimmy ad un livello intimo, animale, ma impediscono allo stesso tempo l’affiorare in superficie delle altre dimensioni della sua personalità. Siamo distanti dal perché, dalle motivazioni, dalla razionalità. Razionalità che rimane per tutto il film solo un sogno astratto: niente che vada oltre a quei corpi e desideri, a questa dimensione puramente materiale sembra visibile nell’universo descritto da Pau. Tutto è concreto, immediato, e tutto è così semplicemente proibito, irraggiungibie per Jimmy. Il suo mondo è la negazione infinita e spietata di questi desideri. Pau indugia su quest’assenza, ci racconta questa negazione, quest’occlusione. Ci racconta la frustrazione che invade il desiderio stesso. Racconta un’inspiegabilità.

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Enrico Pau e il cinema della testimonianza

Jimmy della collina (Conferenza stampa)


CAST & CREDITS

(Jimmy della Collina); Regia: Enrico Pau; sceneggiatura: Antonia Iaccarino; Enrico Pau; fotografia: Gian Enrico Bianchi; montaggio: Johannes Hiroshi Nakajima; musica: Sikitikis; interpreti: Nicola Adamo, Valentina Carnelutti, Francesco Origo, Massimiliano Medda; produzione: X Film – Fondazione Ope; distribuzione: Aranciafilm in collaborazione con Lab80film; origine: Italia, 2006; durata: 90’


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