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Enrico Pau e il cinema della testimonianza

Pubblicato il 26 aprile 2008 da Andrea Esposito


Enrico Pau e il cinema della testimonianza

Al secondo film, Pau sceglie nuovamente di raccontare il nichilismo e la disillusione giovanili. Anche in Jimmy della Collina c’è il ritratto di un ragazzo disperato, incapace di uscire dal proprio mondo fatto di violenza. Allo stesso modo in Pesi leggeri Pau aveva scelto di raccontare questa violenza ambientandola nel mondo del pugilato dilettantistico, un microcosmo fatto di feroci lotte tra poveri, di odii immotivati che possono aver fine solo con l’annientamento dell’avversario, di sconfitte sul ring e sconfitte nella vita. Il mondo del pugilato (che Pau ha portato sullo schermo anche in Storie di pugili, un documentario che racconta la vita di sette grandi pugili sardi) descrive perfettamente quest’idea della sconfitta imperitura e incancellabile: Pau racconta la vita di chi ha deciso di scommettere pur sapendo di aver già perso, i suoi pugili sembrano gladiatori, condannati a morte. Ciò che cambia davvero, tra Pesi leggeri e Jimmy della Collina, è la messa a fuoco di queste vite fallite: in Jimmy Pau si concentra sulla possibilità del riscatto, laddove il precedente raccontava più che altro la dinamica del fallimento, la strada che conduce alla disillusione, alla voglia di non rialzarsi più. In questa seconda prova però non riusciamo ad infrangere il muro di Jimmy, non scopriamo il perché di nulla, e dal suo passato non ci arriva nessuna spiegazione. Qui la prospettiva di Pau è quella del testimone, più che del narratore. Si respira un’esigenza di verità, il bisogno di Pau di raccontare quegli altri Jimmy, raccontare i loro occhi malinconici: a questo proposito il regista ricorda di quando, giunto con la troupe per un sopralluogo nel carcere minorile di Quartucciu, sente su di sé gli occhi di un ragazzo che lo seguono. Lui può uscire, il ragazzo no. E Pau dice di aver capito in quel momento perché ha voluto raccontare la storia di Jimmy: ‘La risposta misteriosa era in quegli occhi, in quello sguardo, che mi chiedevano aiuto. Il cinema ha il compito di raccontare realtà che altrimenti non si conoscerebbero.’ Ecco la verità che insegue Pau: il suo senso del dovere è un’urgenza di fare testimonianza, di mettersi dalla parte di quelle vite al di là delle sbarre.
Ma non è un racconto edificante. Jimmy sembra solo un passivo esecutore delle proprie azioni, privo di consapevolezza. Qui si nega l’acquisizione di una coscienza effettiva, di una responsabilità, ed è questo il groppo amaro che siamo costretti a inghiottire.
Pau immerge questo naufragio esistenziale in una Sardegna nuova e ugualmente senza tempo. Diversa da quella raccontata, ad esempio, nel recente Sonetaula di Mereu; forse più simile alla Secondigliano di Vento di terra di Marra, desertica come un pianeta morto. Pau racconta la desolazione urbana, materializzata in Pesi leggeri da tangenziali vuote, strade deserte nell’alba degli allenamenti, le palestre vuote e male illuminate. Anche in Jimmy gli spunti architettonici costituiscono un elemento fondamentale della costituzione dell’immagine: la desolazione qui è espressa dalle fabbriche e le loro macchine insensate, sono i corridoi del carcere, sono i reticolati, sono le sbarre e i cortili interni, le pareti invalicabili, il tavolo dove Jimmy incontra quei pochi che vengono a trovarlo da fuori e con cui nemmeno parla. La natura stessa, la Collina in cui si ritrova Jimmy, solo per un attimo sembra diventare la promessa di qualcosa di diverso. Rapidamente anch’essa diventa una matrice di desolazione, luogo di reclusione estesa, che snuda ed evidenzia il nulla in cui Jimmy è immerso.

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Jimmy della Collina

Jimmy della collina (Conferenza stampa)


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